ABC Trota Lago

Motori al minimo

ABC Trota Lago - Rivista: "Pianeta Pesca" (Gennaio 2016)

Gennaio, ci troviamo in pieno inverno, le temperature calano vertiginosamente e di conseguenza anche l’acqua raggiunge temperature molto basse a tal punto da favorire, a volte, la formazione di ghiaccio sulla superficie del lago. Le trote, pur trovandosi a loro agio in acqua molto fresca, anche a causa del maggior contenuto di ossigeno disciolto di cui hanno bisogno, cercano di “difendersi” dalle rigide temperature dislocandosi, in branco, a stretto contatto con il fondale nei pressi delle rive più basse e riparate dall'azione del vento gelido. Condizioni che corrispondono frequentemente ad anse ed angoli più stretti del lago dove il fondale digrada dolcemente; luoghi in cui le trote stazionano spesso in attesa di quei brevi innalzamenti di temperatura e di ossigenazione dell’acqua dovuti al possibile riscaldamento da parte dei raggi solari. Il radicale abbassamento delle temperature rende il metabolismo di un animale a sangue freddo assai lento; le trote infatti, in inverno, rallentano bruscamente la loro attività predatoria che viene ridotta al minimo. L’inverno coincide inoltre con il periodo della frega che, a seconda delle trote che vengono immesse, può continuare in maniera irregolare per l’intera stagione;  pertanto i bassi fondali di ghiaia non solo costituiscono un ambiente adatto per la deposizione ma rappresentano inoltre, per le trote, una zona in cui poter trovare facilmente la ghiotta pastura naturale costituita dalle loro stesse uova. Le zone del lago da “battere” maggiormente saranno quindi quelle a basso fondale, ed in particolar modo quei punti che, durante il giorno, vengono raggiunti dai pochi raggi di sole, angoli riparati dall'eventuale vento freddo e zone in cui sono presenti eventuali ingressi d’acqua proveniente da torrentelli vari in quanto essi, a volte, immettono acqua più “calda” rispetto a quella presente nel lago. Consapevoli quindi del fatto che ci troviamo nel periodo dell’anno in cui l’attività delle trote è ridotta al minimo, per poterle insidiare con successo, non ci resta che adattarsi a loro, sia per quanto riguarda le lenze da utilizzare che per quanto riguarda il recupero dell’esca. Durante la stagione invernale, indipendentemente da quale sia la lenza utilizzata, sarà quindi necessario praticare una pesca molto lenta ed attenta ed i nostri movimenti dovranno essere il più possibile in simbiosi con quelli delle trote. Si dovrà quindi effettuare un recupero molto lento dell’esca, per far si che essa non si sollevi troppo dal fondo ed in modo che essa stazioni il più possibile vicino alle trote che stazioneranno principalmente ferme sul fondo, invogliando così il loro appetito. Durante la fase di abboccata che vista la scarsissima voracità delle trote, in molti casi, potrebbe risultare quasi impercettibile è necessario arrestare completamente il recupero prestando molta attenzione alla cima della canna, per poter percepire ogni minima tocca e stabilire quindi l’esatto momento in cui ferrare che sarà determinato da una partenza più decisa. Inverno: trote ferme sul fondo,  nei pressi del sottoriva, lente ed inappetenti; come insidiarle? Tra le lenze più adatte e maggiormente utilizzate vi sono, senza alcun dubbio, la lenza a saltarello e quella a galleggiante.

Il Saltarello: non solo un ballo, in inverno uno sballo!

Con il termine: “saltarello” noto come un ballo tipico delle regioni dell’Italia centrale ci si riferisce, nella pesca, ad un piombo utilizzato, nell’ omonima tecnica, per insidiare le trote prevalentemente durante la stagione invernale e quindi per un recupero lento sul fondo. La sua forma tozza ed il baricentro basso ne consentono un rapido affondamento; mentre l’astina, oltre a diminuirne le possibilità di incaglio sul fondo, ha lo scopo di evitarne l’attorcigliamento del finale sulla lenza madre durante i continui sali-scendi. Queste caratteristiche lo rendono il piombo "aggressivo" per eccellenza che, non solo viene impiegato per insidiare trote “lente” sul fondo ma il quale, in ambito agonistico, trova largo impiego anche durante i primi turni di gara per una pesca veloce più in superficie in presenza di trote voraci. Considerata la stagione in cui siamo e di conseguenza il fatto che non sarà necessario raggiungere lunghe distanze si utilizzeranno piombi di peso compreso tra 3 e 5 grammi circa prediligendo pesi più leggeri  in presenza di bassi fondali e/o trote più diffidenti. Si sceglieranno invece saltarelli più “pesanti” per ottenere lanci più lunghi ed in presenza di profondità più elevate in modo da raggiungere più velocemente il fondale ed evitare che il piombo si sollevi troppo dal fondo durante il recupero a “strappi”. Indipendentemente da quale sia il peso del piombo scelto la lenza è sempre la stessa e la si realizza infilando, prima di tutto, il “saltarello” sulla lenza madre, iniziando dalla parte dell’astina; si procede poi infilando un paracolpi, costituito ad esempio da una perlina in gomma, allo scopo di salvaguardare il nodo. Successivamente si lega l’indispensabile girella tripla al cui lato opposto viene annodato il terminale, costituito da uno spezzone di fluorocarbon (tipicamente della misura 0,16mm) la cui lunghezza, di circa 60cm, può essere incrementata in caso di trote particolarmente svogliate o leggermente più “staccate” dal fondo fino a 100cm circa. Infine, ovviamente, l’amo la cui misura, tipicamente del n.8, andrà scelta in base all’esca che si vuole utilizzare, ed il tipo di innesco che si desidera effettuare, scegliendo la dimensione adeguata tra le misure n.4 e n.10. Anche nel caso di una lenza a saltarello, più le trote appariranno svogliate e sospettose e più si procederà di conseguenza riducendo il diametro del filo utilizzato per lo spezzone terminale allo scopo di ottenere una sempre più naturale presentazione dell’esca, fino a raggiungere diametri prossimi allo 0,12mm. Per quanto riguarda l’azione di pesca invece, una volta lanciata la lenza, sarà importantissimo attendere che il piombo raggiunga il fondo e si appoggi su di esso prima di iniziare il recupero; situazione che verrà manifestata dal filo della nostra lenza che passerà dall’essere teso allo stato di presentare una “pancia” tra il cimino della canna e la superficie dell’acqua. Certi quindi che il piombo e di conseguenza anche l’ esca abbiano raggiunto il fondo si potrà iniziare l’azione di recupero che dovrà essere effettuato facendo avanzare l’esca a “strappetti”, mediante colpetti impressi con la cima della canna, ed utilizzando il mulinello solamente per avvolgere il filo in eccesso, in modo che l’esca produca un  lento movimento altalenante ed attirante. L’azione di recupero potrà essere alternata a brevi soste, sarà però fondamentale non perdere mai la concentrazione rivolta alla cima della canna in attesa di avvertire la, spesso impercettibile, “tocca”; momento in cui sarà necessario fermarsi completamente ed attendere che il pesce ingoi l’esca; situazione che si manifesterà con una decisa piega del vettino della canna e che ci consentirà quindi di ferrare.

Il Galleggiante: spesso micidiale.

Costruito in svariate forme, differenti materiali e di diverse grammature; il galleggiante, comunemente chiamato anche: “ tappo”, può essere considerato uno dei “simboli” della pesca. Chiunque debba crearsi un’immagine di pesca lo farà, con tutta probabilità, pensando anche ad un galleggiante. Il suo compito è quello di trattenere la lenza ad una profondità prestabilita e di segnalare al pescatore le abboccate del pesce, immergendosi. I materiali più comuni con il quale viene costruito sono: la balsa, il sughero, il polistirolo ed in misura minore anche la plastica. Esso viene impiegato per la realizzazione di lenze adatte a moltissime tecniche di pesca differenti come ad esempio: la roubaisienne, la canna fissa, la bolognese, la pesca con il vivo, ecc. Nonostante l’immagine del galleggiante sia comunemente associata ad un tipo di pesca “statica”, da qualche tempo, esso ha trovato largo impiego anche nel settore trota lago, agonistico e non solo. Molti di voi si chiederanno: “Perché pensare ad una lenza a galleggiante quando noi tutti sappiamo che i vari “sistemi” di pesca a striscio si rivelano formidabili in ogni situazione?” La risposta non è soltanto una e ci viene data in parte  dal mondo agonistico ed in parte dall’esperienza che ci aiuterà ad individuare i periodi e le condizioni più favorevoli per scegliere una lenza piuttosto che un’altra. L’inverno, ad esempio, caratterizzato per la presenza, nei pressi del sottoriva, di trote indolenti, “lente” ed inappetenti e quindi poco propense ad inseguire un’esca veloce rappresenta, senza dubbio, una delle situazioni ideali per poter valutare l’impiego di una lenza a galleggiante, recuperata molto lentamente. A differenza di una lenza a saltarello con il galleggiante si ottiene una maggiore sensibilità e soprattutto si ha la possibilità di poter “muovere” l’esca sul posto e di mantenerla più o meno “ferma” alla profondità desiderata, proprio davanti alla bocca delle trote; conferendo ad essa un movimento spontaneo durante le interruzioni del recupero. La stagione invernale non rappresenta però l’unica situazione in cui poter dar spazio ad una lenza a galleggiante la quale si rivela particolarmente redditizia e spesso più di qualsiasi altra lenza, anche in presenza di acque particolarmente torbide ed indipendentemente dalla stagione.  Come ben sappiamo, la trota caccia affidandosi principalmente alla propria vista ed un’esca troppo veloce, in acqua “sporca”, potrebbe sfuggirle facilmente. Con una lenza a galleggiante l’esca rimarrà invece più facilmente nel raggio d’azione della trota la quale potrà così “ritrovarla” ed ingoiarla senza che essa sfugga dalla propria portata. Vi è infine l’ultima risposta, proveniente dal mondo agonistico, la quale dimostra che, in certe situazioni, una lenza a galleggiante può rivelarsi più efficace rispetto ad una a piombino ed è quella della pesca in velocità, in presenza di trote in quantità e poco distanti da riva. Essa permette infatti di guadagnare secondi preziosi sia nel salpaggio del pesce che nella fase di lancio oltre a consentire al pescatore di poter ferrare al primo movimento, segnalato dall’antenna del galleggiante, risparmiando così tempo prezioso sia nell’attesa che durante la fase di slamatura. Svelati i momenti, i luoghi e le condizioni di pesca in cui il galleggiante dimostra il massimo della sua efficacia; vediamo ora quali modelli meglio si adattano alle varie situazioni. Di galleggianti, indicati per la pesca della trota in lago, ne possiamo trovare in gran quantità, di svariate marche e modelli e tutti hanno una loro ragione di esistere; spesso la scelta è un fattore personale, possiamo però suddividere tutti i galleggianti in due grandi categorie:

Forme allungate: come la penna di pavone (ormai caduta un po’ in disuso) le quali sono più indicate per un recupero costante e sostenuto, e solitamente per una pesca più di superficie.

Forme affusolate: indicate soprattutto per un recupero costituito da fasi veloci e stop che lasciano affondare l'esca, o anche per far vibrare il galleggiante, quasi sul posto, recuperandolo molto lentamente.

Non tutti i galleggianti in commercio possiedono caratteristiche adatte per la pesca alla trota in quanto la continuità di lanci e recuperi, le ferrate decise ed il salpaggio “ al volo” della cattura costituiscono stress inevitabili a cui è difficile resistere. L’anellino guida filo, una fragile deriva ed un corpo poco robusto, si danneggerebbero facilmente costringendoci cosi a dover sostituire frequentemente il galleggiante ed a rifare la lenza. E’ quindi molto importante scegliere il galleggiante da utilizzare tra quelli specifici per la trota lago; come ad esempio quelli appartenenti alla famiglia: “Fassa Trout Line”: caratterizzati da una robusta deriva, da un’antenna particolarmente visibile e dall’assenza dell’anellino il quale è stato sostituito con un foro passante, all’interno del corpo, che consente il passaggio del filo e che mette in presa diretta la canna con l’esca consentendo di ferrare con decisione senza danneggiare il corpo stesso. Il peso del galleggiante, tipicamente compreso tra 1.5 e 4 grammi, andrà scelto a seconda della distanza di lancio che si desidera raggiungere ed in base alla situazione che si dovrà affrontare. Si sceglierà quindi un galleggiante di peso maggiore per raggiungere lunghe distanze di lancio, se ci si troverà in presenza di trote aggressive o per effettuare una pesca di velocità; mentre si prediligeranno galleggiantini più leggeri per una pesca limitata al sottoriva o in presenza di trote particolarmente indolenti. La montatura di base è più semplice di quanto si possa pensare: si inizia infilando, sulla lenza madre, il galleggiante e “fissando” il filo, sulla deriva dello stesso, mediante l’ausilio di 2 o 3 tubetti di silicone. Si procede poi infilando il piombo (va benissimo una qualsiasi torpille) nella maggior parte dei casi dello stesso peso riportato sul galleggiante, o circa un 10-20% in meno; si infila poi la perlina salvanodo e si annoda l'immancabile girella tripla che, oltre a scaricare la torsione, funge da “blocco” al piombino. Segue quindi lo spezzone terminale, costituito da uno spezzone di fluorocarbon, della lunghezza variabile da circa 20cm fino a circa 60cm, tipicamente della misura 0.16mm ed infine l’amo la cui misura, tipicamente compresa tra n.4 e n.10, andrà scelta in base all’esca che si vuole utilizzare ed il tipo di innesco che si desidera effettuare. Anche nel caso di una lenza a galleggiante la lunghezza del terminale, così come il diametro del filo, andranno scelti in base alla situazione tenendo conto del fatto che: in presenza di trote “aggressive” si prediligeranno terminali corti (20-30cm). Più le trote appariranno svogliate e sospettose e più si procederà allungando lo spezzone terminale e riducendo il diametro del filo utilizzato, allo scopo di ottenere una sempre più naturale presentazione dell’esca, fino a raggiungere lunghezze di circa 60cm e diametri prossimi allo 0.12mm. Un' altra variante è quella di piombare il nostro galleggiante con una catenella di piombini spaccati o di styls (cilindretti di piombo spaccati di forma più allungata) disposti più o meno distanti tra loro sulla lenza madre. Questa montatura, particolarmente adatta e redditizia in presenza di trote diffidenti, possiamo definirla più “morbida” in quanto conferisce all’esca un movimento e quindi una presentazione più naturale. Comunque si realizzerà la montatura, sarà sempre importante l'azione di pesca, che dovrà sempre essere costituita un lento recupero effettuato a “colpetti”, impressi con il polso, alternati a pause più o meno lunghe. Un elemento fondamentale è quello di scegliere la corretta profondità di pesca e quindi la distanza tra galleggiante ed amo, per far si che l’esca stazioni, e venga recuperata, all’interno della stessa fascia d’acqua a cui le trote hanno deciso di stazionare. Trovandoci in inverno dovremo, con tutta probabilità, far si che la nostra esca stazioni a ridosso del fondo o pochi centimetri sollevata da esso, ma: “Come facciamo a misurare il fondo?” Semplice, servendosi di una sonda, la quale non è altro che un piccolo piombo che si applica all’amo. Si cala quindi la lenza nella zona in cui si desidera pescare e, tenendola in tensione con la canna, il galleggiante dovrà mostrarsi a filo perfetto con la linea orizzontale dell'acqua. Se il galleggiante, trascinato dal peso della sonda, andrà a sparire sotto la superficie dell’acqua dovremo aumentare la distanza tra galleggiante ed amo, spostando il galleggiante più verso la cima della canna. Se invece il galleggiante non affonderà, ma bensì rimarrà al di sopra della superficie dell’acqua, sarà necessario diminuire la distanza tra galleggiante ed amo spostando il “tappo” più verso la sonda. Concludo ricordandovi che, considerata la scarsissima voracità delle trote in presenza di rigide temperature, la fase di abboccata potrebbe risultare quasi impercettibile ed è quindi necessario prestare particolare attenzione all’astina del galleggiante in modo da riuscire a percepire ogni minima tocca. Sempre durante la fase di abboccata è altrettanto importante non avere alcuna fretta ma attendere che il galleggiante sparisca, affondando per qualche secondo, prima di ferrare, onde evitare spiacevoli ferrate a vuoto.

By Bonez

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